Una storia fatta di storie

Un progetto così non nasce per caso. Circa sei anni fa decisi di dare corpo a un’idea che fino ad allora avevo coltivato praticamente in solitaria, leggendo libri sull’argomento, prendendo appunti e scrivendo brani di una storia che aspettava di comporsi in un quadro leggibile e condivisibile. L’idea era quella di scrivere un romanzo che tentasse di tracciare un confronto generazionale tra noi e loro. Loro sono i ragazzi che andarono a combattere in Spagna, volontari, decine di migliaia di giovani uomini e giovani donne che lasciarono i loro paesi per difendere la Repubblica, forse per fare la rivoluzione, sicuramente per sconfiggere il fascismo. Noi siamo i ragazzi della mia e della nostra generazione, vissuti nel cuore di una civiltà occidentale intrisa d’individualismo ma anche di speranza, in un’Europa che negli anni novanta apriva le frontiere, tra Erasmus e viaggi di formazione. La chiave di lettura del confronto era quella che in seguito chiamai nozione di futuro, ovvero la capacità, ma anche il coraggio, di sentire e vivere la propria vita come parte di un percorso collettivo e umano più ampio nel quale, la vita stessa, trova la sua ragione.

Gli aspetti politici, le questioni storiche, il tema del confronto generazionale. Nello spazio consolidato della nostra lunga amicizia, con l’aiuto di Pasquale trovai la lucidità e la forza di tracciare – di tentare almeno – quel confronto generazionale, incontrando prima César Covo, brigatista francese di origine bulgara, morto purtroppo nel marzo di quest’anno, e poi Wilebaldo Solano, spagnolo, all’epoca giovane dirigente del P.O.U.M., scomparso ormai due anni fa. Il romanzo l’ho scritto, è maturato, soprattutto grazie agli insegnamenti e al supporto di persone competenti, e ora cerca un editore. Ma questa è un’altra storia, o meglio una delle storie che ci hanno portato sin qua.

Qualche mese fa Pasquale, che già lavorava a un documentario sulla Resistenza, mi chiese se avevo notizie di persone che avevano combattuto nella guerra di Spagna ed erano ancora vive. Si chiedeva se sarebbe ancora stato possibile, quasi ottant’anni dopo il golpe di Francisco Franco, parlare con qualcuno dei protagonisti di quegli anni. Io non avevo più notizie né le avevo cercate – confesso che avevo paura di scoprire che gli uomini che avevo conosciuto e intervistato fossero morti – ma questa idea cominciò da subito a ronzarmi per la testa. Ci dicemmo che se mai ce ne fossero stati di vivi, quegli uomini erano sicuramente gli ultimi. Che significa essere gli ultimi depositari di una memoria che ha gli anni contati? Era ancora il coraggio di quegli uomini ad affascinarci, la capacità di mettere in gioco la propria vita perché era necessario fare la cosa giusta. Ed era la capacità di riconoscere oltre ogni ragionevole dubbio la cosa giusta da fare, e farla, come segno distintivo dell’essere uomini, a sorprenderci. Era ancora quella “nozione di futuro”, ma non solo. Ora ci interessavano gli uomini, non solo i combattenti di ottanta anni fa. Gli uomini che ricordano e sanno di essere gli ultimi testimoni, gli ultimi ad aver visto con i propri occhi fatti e persone ormai consegnate alla storia. Ci interrogammo sul senso della memoria, del tramandare, sul passaggio del testimone che forse era caduto e che nessuno aveva saputo o voluto raccogliere. Che cos’è un’eredità? Noi l’abbiamo rifiutata? O sono stati i nostri genitori, la loro generazione, che ha preferito dimenticare, costruire una memoria ben confezionata che non mettesse più in discussione i risultati raggiunti? Si era spezzato da qualche parte quel filo che lega la storia di tutti con la Storia, quella con la esse maiuscola?

Quasi due mesi e decine di mail e di telefonate dopo, siamo pronti a partire per incontrare Joseph, Vicente e Antoine, 96, 98 e 100 anni. Tre uomini ai quali chiederemo di aiutarci a trovare possibili risposte per le nostre domande. Per permettervi di seguirci nel nostro cammino, che venerdì ci porterà a Toulouse, nei prossimi giorni vi parleremo delle loro storie.

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