Vous avez tué quelqu’un pendant la guerre?

Hai ucciso qualcuno durante la guerra? è solo una delle tante domande che abbiamo rivolto ai nostri tre uomini, forse tra le più difficili da fare, forse tra le più difficili a cui rispondere. Ci hanno parlato di fatti storici, di battaglie, di compagni morti, di coincidenze, di paura, ognuno a modo suo.

José è irriducibile, ancora arrabbiato per aver perso quella guerra, lui che nel febbraio del 1939, la guerra ormai persa, torna in Spagna perché se c’è ancora un lembo di terra repubblicana c’è ancora speranza. Non riuscirà a riprendere le armi, sarà troppo tardi e si ritroverà nel porto di Alicante, tra migliaia di prigionieri, e assisterà a una scena che ancora turba i suoi sogni.

Vicente è lucido, crede fermamente in quello che ha fatto. Quando parla della guerra non sbatte nemmeno per un attimo gli occhi che mi punta addosso. Sorride invece, quando ricorda gli episodi rocamboleschi che ha vissuto e le strane casualità che danno la morte a chi la teme e lasciano la vita a chi la sfida. Poi si mette improvvisamente la mano in faccia quando racconta delle cataste di morti sull’Ebro.

Antoine è stanco, ricorda a tratti, lampi di memoria che gli illuminano gli occhi all’improvviso. Sembra combattuto tra il desiderio di raccontare e quello di trovare pace, di accettare ciò che è stato: la sconfitta, la ferita che ha segnato per sempre la sua esistenza, la morte della moglie, conosciuta in Spagna, sul fronte, con la XII Brigata Internazionale Garibaldi. Ti ricordi di una battaglia in particolare?, gli abbiamo chiesto. Mah, ha risposto lui, le battaglie erano tutte uguali, noi eravamo Gli Arditi, attaccavamo per primi, poi venivano tutti gli altri.

Quando non eravamo con loro eravamo in macchina, tra Toulouse e un piccolo paese a un’ora di distanza, a parlare di noi e del documentario, a volte a prenderci in giro a vicenda per ridere un po’. Oppure davanti a uno schermo a visionare il materiale, a copiare le foto e i filmati per paura di perderli. Oppure dormivamo esausti sul divano, accanto al gatto Nuk, nella casa della famiglia Bagnara Bernat che ci ha accolto meravigliosamente.

Ieri siamo tornati a Roma, stanchi, così stanchi da non sapere se essere contenti oppure no. Abbiamo ore ed ore di girato da rivedere, da tradurre, da rileggere a mente fresca, alla ricerca di un filo che per ora intuiamo ma ancora non abbiamo pienamente afferrato.

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