Quello che resta

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Josè Almudever. Uno degli ultimi reduci delle Brigate Internazionali della Guerra di Spagna

Quando ho deciso di imbarcarmi in quest’avventura il primo sentimento che ho provato è stato quello dell’incredulità. Non credevo che saremmo riusciti a rintracciare ed incontrare i reduci dei combattenti volontari di questa guerra, non credevo che avrebbero avuto la lucidità di raccontarci la loro storia, i loro sentimenti, i loro ricordi. Eppure quando abbiamo stabilito un contatto con loro abbiamo preparato delle lunghe ed articolate interviste che rappresentavano tutta l’ansia che avevamo di comprendere la loro vita. L’incontro con loro è stato in ogni caso spiazzante. Josè, 96 anni, è in perfette condizioni fisiche e mentali. Appena lo incontriamo ci porta in giro per la sua casa cosparsa di cimeli, ci sommerge di parole. Ci attendeva con un fazzoletto rosso al collo e una bandiera della Repubblica spagnola. Il primo impatto è straniante, temo che non abbia voglia di ascoltarci e che possa solamente esternarci qualche generico e cristallizzato ricordo. Lo lasciamo parlare, gli  chiediamo dettagli di ogni targa e foto che ci mostra. Alla fine ci sediamo e cominciamo l’intervista. La voce è bassa, spesso monotona, a tratti si fa dolente. Sono concentrato sulle espressioni del suo volto che cerco di illuminare con la dignità che merita, al meglio della mia attrezzatura da viaggio e delle mie qualità di operatore cinematografico. L’intervista è in francese e non sempre colgo il senso delle risposte ma seguo la progressione nella lista delle domande che abbiamo preparato. Nella pausa pranzo siamo invitati a mangiare con lui e altri suoi ospiti. Sono due ragazzi spagnoli, a giudicare dalle loro parole ritengo che siano anarchici, e un signore colombiano che sta per partire per un viaggio in bici in Iran. Mangiamo insieme la Paella, un piatto tipico di Valencia, la città che Josè ha difeso fino all’ultimo giorno. I ragazzi vorrebbero esprimere le loro perplessità sull’atteggiamento dei comunisti durante la guerra ma lo fanno sottovoce, sanno che Josè è un comunista e non vogliono contrariarlo, per loro resta comunque un eroe, un uomo che ha combattuto per i suoi ideali. Josè ha avuto contrasti con gli anarchici, ci ha raccontato un episodio molto toccante e triste, non condivideva le loro posizioni eppure non li odia, probabilmente non l’ha mai fatto. Durante la pausa pranzo Mauro si addormenta su una sedia, Josè è dinamicissimo, mi mostra i documenti e le foto della guerra, gli chiedo di fotografarli in originale, li cerca nelle sue cartelline, mi chiede di leggerne l’etichetta sopra. Non vede bene ma non porta occhiali e molte cose le indica a memoria. Dopo pranzo continuiamo, non è ancora stanco. E’ più disponibile ad ascoltare, altre nostre domande ci risponde nel dettaglio, è attento, forse ha compreso la nostra ansia di entrare dentro quella storia, anche nei suoi risvolti umani. Probabilmente gli costa fatica parlare di eventi tragici che lo coinvolgono ma lo fa, sa che è una parte importante della storia, che non può essere raccontata solo in termini politici. Quando ricevo la traduzione delle sue risposte un brivido tetro mi percorre la mente. Associo quelle parole a quegli occhi affaticati, a quella voce flebile. Sono sorpreso, non avevo compreso quanto a fondo fossimo arrivati. C’è anche il racconto di una fucilazione che è una metafora di quegli uomini, del loro coraggio, della loro spavalderia, dei loro ideali, dei loro sentimenti. Mi sembra che contenga tutto, la vita, la morte, il senso di quella scelta che era insieme voglia di una vita nuova e la disponibilità a morire per essa. Potrebbe sembrare un paradosso, eppure non può esserlo. C’è ancora la rabbia e l’amarezza per aver perduto una guerra, combattuta fino all’ultimo minuto, fino all’ultimo respiro. Solo ora comprendo che è per questo che sono venuto fin qui.

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