Il dovere dell’eccezionalità

20150712_185859Avevo già incontrato Vicente Almudever, nel 2011 a Barcellona. Avevo notato la sua innata allegria, la voglia di fare festa insieme a noi e di cantare le canzoni repubblicane, soprattutto Ay Carmela che parla della battaglia dell’Ebro. Non avevo avuto modo di parlargli ma me n’ero ugualmente fatto un’idea. Ritenevo fosse un uomo comune finito nel tritacarne di quella orribile guerra e che, uscitone miracolosamente vivo, amasse ricordarne gli aspetti meno cruenti e meno problematici. Devo essere sincero, supponevo che avesse avuto in quella guerra un ruolo defilato, si sa, le guerre si combattono anche negli uffici, negli ospedali, nelle retrovie. Ma era pur sempre un soldato volontario e per questo gli rendevo onore. Quando l’ho incontrato nuovamente nel 2015, per intervistarlo, ci si è mostrato gentilissimo, accogliente, ci ha invitato a pranzo in un ristorante e poi, con diligenza e inflessibile resistenza si è offerto a tutte le nostre domande. Durante l’intervista il suo piglio era compito, puntuale, senza sussulti, senza deviazioni. Davanti ai nostri occhi srotolava la sua storia senza enfasi guerresca. Ma il quadro che raccontava la sua biografia acquisiva tinte del tutto inaspettate. Scopro che non era stato un soldato delle retrovie e che, anzi, quando gli ordinarono di andarvi, per svolgere la funzione di interprete, si rifiutò di farlo. Vengo a sapere che è tra quegli uomini che hanno partecipato all’ultima grande battaglia della guerra civile, ha fatto la traversata dell’Ebro sotto lo sbarramento delle mitragliatrici nemiche e, ci rivela, che a quella battaglia avrebbe potuto non parteciparvi ma che fece di tutto per esserci. Ci racconta di essere stato anche per qualche mese commissario politico della sua compagnia. Un ruolo per il quale, se catturati, si era immediatamente fucilati. Vicente viene da una famiglia circense e nella vita avrebbe voluto svolgere un’attività creativa  o sportiva. Non era nato per la guerra ma quella guerra ha sentito il dovere di combatterla. E di farlo fino in fondo. Solo ora comprendo che Vicente era un uomo normale a cui la storia ha chiesto di scegliere, e lui ha scelto la parte che sentiva più giusta, anche se era la più difficile e lontana dalla sua natura pacifica. Quando andiamo via ci regala bottiglia di Cherry, è felice che siamo andati ad ascoltare la sua storia. E forse spera che sapremo raccontarla bene. Quando siamo già in macchina, lui è in piedi sul marciapiedi, con una mano si appoggia al suo bastone, con l’altra ci saluta, sorridendo. Poi stringe il pugno. Vicente è ancora comunista, questo non ce l’aveva detto, forse perché non glielo avevamo chiesto. Ma lui vuole che noi lo sappiamo. E’ l’ultima cosa che ci fa sapere. Speriamo di riuscirci a raccontare la sua storia. Bene, come merita.

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