Il futuro e la paura

Trascrivo l’incipit del romanzo di Milan Kundera, La lentezza, edito in Italia da Adelphi. Mi è capitato di riprenderlo in mano qualche giorno fa, dopo tanti anni, e mi ha colpito questo brano per la relazione che istituisce tra paura e futuro, che mi sembra avere a che fare con la storia che stiamo tentando di raccontare.

Ci è venuta voglia di passare la serata e la notte in un castello. In Francia, molti sono stati trasformati in alberghi: un fazzoletto di verde sperduto in una distesa di squallore senza verde; un quadratino di viali, alberi, uccelli al centro di una immensa rete di strade. Sono al volante e osservo, nello specchietto retrovisore, una macchina dietro di me. La freccia di sinistra lampeggia e tutta la macchina emette onde di impazienza. Il guidatore aspetta il momento giusto per superarmi; spia questo momento come un rapace che fa la posta a un passero.
Mi moglie Vera mi dice: “Sulle strade francesi ogni cinquanta minuti muore un uomo. Guardali tutti questi pazzi che corrono accanto a noi. Sono gli stessi che sanno essere così straordinariamente prudenti quando sotto i loro occhi viene scippata una vecchietta. Com’è possibile che quando guidano non abbiano paura?”.
Che cosa rispondere? Questo, forse: che l’uomo curvo sulla sua motocicletta è tutto concentrato sull’attimo presente del suo volo; egli si aggrappa ad un frammento di tempo scisso dal passato come dal futuro; si è sottratto alla continuità del tempo; è fuori del tempo; in altre parole, è in uno stato di estasi; in tale stato non sa niente della sua età, niente di sua moglie, niente dei suoi figli, niente dei suoi guai, e di conseguenza non ha paura, poiché l’origine della paura è nel futuro, e chi si è affrancato dal futuro non ha più nulla da temere.

Mi ha colpito che l’assenza del sentimento della paura fosse associato a una sorta di affrancamento dal futuro. Ho pensato agli uomini che abbiamo intervistato e agli uomini e alle donne che hanno fatto la stessa scelta, che come ho già scritto in questa sede, sono convinto siano andati a combattere in Spagna proprio per difendere il futuro nel quale credevano, perché avevano una precisa e consapevole nozione di futuro, collettiva certo, ma anche individuale, se non altro perché membri di quella collettività. E mi sono chiesto se, in azione, anche loro trovavano la forza per combattere e rischiare la vita proprio astraendosi da essa: senza età, senza genitori, fratelli, mogli, figli. Con le debite proporzioni tra una corsa in moto e la partecipazione a una battaglia, tra un sorpasso a 200 km/h e l’uscita da una trincea sotto il fuoco di una mitragliatrice, per il contesto e, ancor di più, per le motivazioni.

Uomini e donne che, nel momento di difenderlo a costo della propria stessa vita, dovevano dimenticare, astrarsi temporaneamente dal futuro per cui erano andati a combattere. E’ questo il paradosso, solo apparente intuisco adesso, che mi ha colpito.

Con Joseph, Vincent e Antoine abbiamo parlato anche di paura. La prima risposta alla domanda hai avuto paura? è stata un secco no. Poi, continuando a parlare abbiamo capito che quel no nascondeva un concetto più articolato. Non me lo potevo permettere, non potevo dare il cattivo esempio, mostrare agli altri che avevo paura. Mi obbligavo a non pensarci. Quasi che la paura fosse una cosa contagiosa e che non si potesse rischiare di trasmetterla agli altri. Era anche questo il modo di farsi forza in trincea. In trincea perché la paura è figlia dell’attesa, non dell’azione, come in fondo dice Kundera. A meno che nell’azione non ci si trovi coinvolti per circostanze diverse, non sempre dettate dalla volontà. E questo non è il caso dei nostri uomini, che hanno sempre scelto di essere in prima linea, hanno sempre voluto fortemente combattere. Desiderato, direi, esserci, senza sconti. Uomini che sono stati i primi e che sono oggi, per un insieme di ragioni che il nostro lavoro cercherà di rintracciare, gli ultimi.

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