Parlando con Vicent

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Qualche giorno fa ho finito il lavoro di revisione del materiale dell’intervista che abbiamo fatto a Vicent Almudever, la seconda realizzata in Francia dopo quella fatta a suo fratello Josep. Adesso manca solo quella di Antoine Pinol, la più breve delle tre. Sono in francese e quindi, per poterci lavorare si è reso necessario fare una traduzione sintetica col minutaggio che ci permetta di individuare e scegliere i pezzi che ci interessano. Solo l’intervista di Vicente sono circa tre ore di girato e, fatti i conti, non potremo utilizzarne che una ventina di minuti al massimo. La verità è che non mi sembra possibile, oggi, ridurre in venti minuti una storia che stava già stretta in tre ore di girato, e nelle sette o otto ore passate insieme. La storia di un ragazzo che voleva fare il calciatore o il musicista ma che la guerra ha portato altrove.

Vicent aveva fatto un provino per il Valencia FC, era bravo, l’allenatore gli disse di tenersi pronto, che l’avrebbe richiamato, ma due mesi dopo ci fu il golpe e non arrivò nessuna chiamata. L’altra passione era il contrabbasso, suonava nella banda, ma pochi giorni dopo lo scoppio della guerra i falangisti andarono a casa sua e gli portarono via lo strumento. Ci ha detto: “La guerra ha distrutto la vita di migliaia di giovani spagnoli come me”. Vicent, a diciannove anni, ha fatto la sua scelta. Si è arruolato volontario ed è andato a combattere e non ha smesso fino a quando la guerra non era finita, male purtroppo, e si è rifugiato in Francia, dove ancora vive. Durante la guerra ha rifiutato un posto da traduttore a Madrid (nato a Marsiglia da genitori spagnoli, conosceva il francese) per restare al fronte, per continuare a combattere per quello in cui credeva. E ancora oggi Vicent rivendica la sua scelta e nonostante tutto quello che ha significato per lui, potrei dire, la ama.

Per me questo, in un’epoca che antepone a tutto il raggiungimento degli obiettivi personali e della propria realizzazione, testimonia del fatto che la padronanza e la ricchezza del proprio percorso sta anche nella capacità di incontrare il proprio tempo e i percorsi degli altri, nel senso più ampio del termine. È questo il senso dell’espressione credere nel futuro?

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