Virgilio, un giorno a Madrid

Era una bella giornata, credo che fossimo in novembre, mattina presto. Io e Pasquale ci trovavamo davanti all’albergo dove soggiornava Virgilio con sua moglie Estela. Avevamo trascinato fin lì due o tre borsoni pesanti, pieni di macchine, computer, cavalletti, luci. Era stata una partenza sul filo, come sempre, con tempi strettissimi e programmi pieni di punti interrogativi e zone d’ombra.

In quel momento, mentre aspettavamo Almudena Cros, l’amica dell’AABI, che doveva presentarci a Virgilio e aiutarci a fare l’intervista in spagnolo, ed era in ritardo, io guardavo la vetrata dell’hotel, che rifletteva la luce del giorno, e mi domandavo se fossimo davvero al posto giusto, se quello fosse davvero l’albergo di Virgilio. Le mail in spagnolo, in inglese, i messaggi, le poche ore di sonno, il volo, dovevamo avere capito male, Almudena chissà dov’era, Virgilio aveva poco tempo, poche ore, e noi le stavamo sprecando così. Era solo uno di quei momenti in cui semplicemente penso che non funzionerà, che dovevo stare più attento a quella cosa, oppure a quell’altra, che dovevo precisare meglio, richiamare un’altra volta, e che per questo qualcosa andrà storto.

Poi Almudena arrivò e in un attimo fummo dentro la sala dove Virgilio e Estela facevano colazione, ci presentammo, la sala era accogliente ma forse un po’ rumorosa, parlavamo in tanti e lui pareva disorientato, sorrideva ma sembrava non capire cosa ci facessimo lì. Aveva 98 anni, noi sapevamo già cosa significasse parlare con un centenario, quanto potesse essere difficile entrare nei meandri della memoria di un uomo, alla ricerca di fatti di ottanta anni prima. Ecco qua, lo vedi ero sicuro che qualcosa non avrebbe funzionato, non ne caveremo nulla, è sempre bello conoscere uno che ha combattuto per la libertà, un volontario delle Brigate Internazionali, certo, ma l’intervista è andata.

E invece Virgilio si sedette su una poltrona, un’ora dopo, in mezzo al set preparato a rotta di collo da Pasquale, e cominciò a parlare, a spiegare, a rispondere alle domande, improvvisamente a suo agio, con estrema chiarezza e precisione, come se fosse la cosa più normale del mondo, come se non facesse altro nella vita che parlare, e spiegare, e rispondere alle domande, e io ero seduto davanti a lui, e lo ascoltavo ed ero colpito dalle storie che raccontava, le storie di un ragazzo che, a diciassette anni, sapeva già da che parte stare.

Ero colpito dalla lucidità, dall’ironia, dall’umanità straordinaria di Virgilio, dalla sua motivazione politica, intatta, forte, una parte di lui. Ma c’era un’altra cosa che mi toccava nel profondo, e che in quel momento non fui in grado di riconoscere: Virgilio pescava dritto dai ricordi, scandagliava la memoria, non raccontava a noi una storia già raccontata decine di volte. Certo non siamo stati i primi ad ascoltare gli episodi eclatanti della sua partecipazione alla guerra di Spagna, questo è sicuro, ma i dettagli, le emozioni, venivano direttamente dal 1936.

Forse è per questo che ricordo l’intervista a Virgilio come un momento straordinario. Lui ora non c’è più, ma quel giorno di novembre di due anni fa c’è stato un passaggio di cristalli puri di memoria dalle mani sicure di un vecchio a quelle incerte di due uomini che, nel loro piccolo, tentano di alzarli sopra le teste di tutti perché altri li possano vedere.

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