Addio Aurelio

Cena addio - Buenos Aires - Agosto 1936
Questa mattina è morto Aurelio Grossi, l’ultimo italiano combattente volontario repubblicano della guerra civile spagnola. L’ultimo protagonista di questa pagina della nostra storia ci ha lasciato. Per salutarlo pubblichiamo questa foto scattata alla vigilia della partenza della famiglia Grossi, dall’Argentina verso la Spagna. Era l’agosto del 1936, la borghesia, il clero reazionario e i militari spagnoli avevano appena lanciato il loro attacco contro la Repubblica spagnola, con l’aiuto di Hitler e Mussolini. I giovanissimi Aurelio, Renato e Ada e il loro genitori, Cesare e Maria, lasciavano le certezze della loro vita per correre in aiuto della democrazia spagnola. Da quella scelta la loro vita restò per sempre sconvolta e ne pagarono le conseguenze fino all’ultimo giorno della loro vita. Oggi, 6 aprile 2017, di quella eroica famiglia non resta più nessuno. In questa foto ingiallita i visi sono un po’ sfocati ma si colgono bene le espressioni. Aurelio è sorridente, un sorriso buono, senza un velo di spavalderia. E’ chiaramente inconsapevole di quello a cui sta andando incontro. Una guerra terribile, spietata. Non ha ancora diciotto anni quando si inquadra nell’Esercito Popolare della Repubblica, insieme al fratello Renato, con la funzione di telegrafisti. E fu nel gelo di Teruel che per difendere la loro strumentazione che serviva per non far disperdere il proprio battaglione,  tornarono indietro a recuperarla. In quel frangente una bomba li investe in pieno. Aurelio perde un occhio, Renato resta sotto choc. Ma in seguito Aurelio tornò ancora a combattere, fino alla fine della guerra. Poi la terribile esperienza nel campo di concentramento di Gurs in Francia, poi ancora il carcere e il confino inflittogli dal regime fascista in Italia, per punirlo della sua scelta. Aurelio è andato sempre avanti, senza pentimento, senza concedere niente al nemico, pur senza covare odio, pagando in prima persona le sue scelte, fino all’ultimo giorno della sua vita.
L’Italia avrebbe dovuto chiedergli perdono, avrebbe almeno potuto dirgli grazie. Sarebbe stato un gesto simbolico per far voltare pagina a questo paese. E, invece, no. L’Italia ha reso onore anche ad aviatori italiani, ben sapendo che l’aviazione italiana in Spagna si è resa responsabile di atti terroristici contro la popolazione inerme. Ma non ha voluto chiedere scusa ad Aurelio, a quella parte di italiani che gettarono la propria vita nella lotta, per la democrazia, contro il fascismo. Abbiamo chiesto fino all’ultimo al Presidente della Repubblica e al Ministro della Difesa un gesto di ripensamento. Serviva più a loro, a noi tutti, al Paese, che non ad Aurelio, che non avrebbe saputo più che farsene dei pezzi di carta dello stato italiano. E, invece, nulla di tutto questo. Solo oblio e silenzio.
Aurelio, noi vorremmo continuare ancora il tuo ricordo, per un altro po’ di tempo ancora, fino a quanto ci è possibile, prima che la polvere cancelli tutto. Non è molto ma è l’ultima cosa che ci resta da fare. Siamo felici di averti incontrato un pomeriggio di fine estate di due anni fa. Ti abbiamo detto grazie come gesto formale di fronte alla Storia, senza sapere se ti sarebbe arrivato ma tu hai capito, ci hai ringraziato a tua volta e hai sorriso, ed era lo stesso sorriso buono che avevi in questa foto. Ti hanno combattuto per ottant’anni con la violenza e con l’oblio ma non ti hanno cambiato. Aurelio, la vittoria e la gloria, per quel poco che valgono, sono tue, solo tue e degli uomini come te. Addio.

Scegliersi la parte

 

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Il Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, e il presidente dell’AICVAS, Italo Poma, sorreggono la bandiera militare della Seconda Repubblica Spagnola alle spalle di Aurelio Grossi

Il 21 dicembre 2016 alle ore 10 il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha conferito la medaglia della città ad Aurelio Grossi, ultimo combattente volontario italiano repubblicano della guerra civile spagnola. Leggendo la notizia delle righe precedenti si potrebbe essere indotti a pensare ad un gesto lieve di cortesia verso una persona molto vecchia a cui nella vita è capitato di stare dalla parte giusta e che si colga l’occasione del suo essere l’ultimo di una schiera per confermare un giudizio storico già accertato. Ma nulla potrebbe essere più lontano dal vero di questa idea: Aurelio Grossi è il primo combattente volontario italiano a cui, a memoria d’uomo, sia mai stata conferita un’onorificenza dallo stato italiano. Uno stato che, a dire il vero, non è avaro nel distribuire la sue medaglie ma che mai ha pensato di riservarne una per un suo cittadino che scelse di andare a difendere la democrazia spagnola dall’attacco del fascismo. E il motivo appare molto semplice: in quell’avventura i soldati italiano furono spediti a sorreggere il golpista Franco contro le legittime aspirazioni democratiche del popolo spagnolo. L’Italia di Mussolini mandò circa 50 mila soldati, tutti formalmente volontari, e oltre 750 aerei che sperimentarono per la prima volta in Europa i bombardamenti sui civili. Il notevole supporto italiano fu probabilmente determinante per l’affermazione del retrivo e crudele regime di Franco e per gli indiscriminati bombardamenti l’Italia è stata recentemente chiamata a rispondere. Non è questa la sede per un approfondito esame del ruolo politico e militare dell’Italia nella vicenda spagnola ma è certo che quell’azione è parte integrante della strategia mussoliniana che in alleanza con Hitler portò il nostro paese a schierarsi contro la democrazia e la libertà. Ma il ruolo del nostro popolo è stato parzialmente riscattato da 5 mila concittadini che rinunciando, spinti solo dai loro ideali politici, si recarono volontariamente in Spagna per difendere la democrazia. A questi 5 mila connazionali lo stato italiano non ha mai concesso onori e riconoscimenti poiché avrebbe significato onorare chi aveva sparato sul  regolare esercito italiano. Eppure questa barriere non sarebbe dovuta essere insormontabile. Allo stesso modo in cui si è riconosciuto che i partigiani che pure impugnarono le armi contro le truppe al servizio della RSI furono precursori dell’Italia democratica si sarebbe dovuto riconoscere che anche i combattenti repubblicani della guerra di Spagna lo furono. Con un certo velo di ipocrisia gli statunitensi chiamarono i combattenti volontari della Spagna come “antifascisti prematuri”, in realtà le borghesie occidentali furono miopi e tentennanti contro i pericoli fascisti e nazisti che avrebbero voluto strumentalizzare contro il rischio bolscevico e che, invece, gli si ritorsero contro.

A tutt’oggi esiste un deficit di elaborazione, almeno a livello delle burocrazie dello stato, che ha impedito di schierare le istituzioni su una posizione di saggio ravvedimento. Per questo è importante il gesto del sindaco de Magistris. Non solo perché onora un uomo che a 17 anni scelse di lasciare la vita tranquilla e agiata per andare a combattere con l’Esercito Popolare della Seconda Repubblica. Un ragazzo che anche dopo aver perso un occhio nella battaglia di Teruel ritornò a combattere fino alla fine della guerra. Un ragazzo che dopo essere stato rinchiuso nei campi di concentramento francesi venne consegnato dalla Francia sconfitta all’Italia e qui posto al confino per punirlo della sua colpa. Il gesto del sindaco di Napoli è importante perché afferma un principio importante: che l’Italia democratica si è cominciata a costruire durante la guerra di Spagna. Oggi Aurelio Grossi ha 97 anni ed è l’ultimo italiano vivente che ha combattuto in Spagna dalla parte della Repubblica. Quando noi abbiamo inviato la nostra segnalazione al Presidente della Repubblica italiana questi ha rinviato la decisione agli uffici militari che non sono riusciti ad avere il coraggio di compiere questo gesto e forse non era neppure nelle loro possibilità di compierlo. Questo è un gesto politico che il Presidente della Repubblica deve compiere nella sua autonomia politica insieme al ministro della Difesa. Aurelio non ha più alcune ambizione e non aspetta nulla da nessuno ma il suo restare ancora in vita è un’opportunità che egli concede alle istituzioni di questo paese di compiere un gesto di consapevolezza e di maturità. Dopo, tra dieci, venti, cinquant’anni, convegni e medaglie avranno un sapore di archivio, di polvere, di ipocrisia. Oggi c’è ancora spazio per un gesto di coraggio. Quello che Aurelio ha ampiamente dimostrato da quando aveva 17 anni e che lo stato italiano non ha ancora riconosciuto

 

L’ultimo combattente per la libertà

«Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi.» Epicuro. Lettera sulla felicità

Incontro con Aurelio Grossi. L’ultimo italiano combattente volontario della guerra civile spagnola
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Aurelio Grossi con la troupe di “I primi saranno gli ultimi” Napoli – 13 settembre 2015

Quando ho cominciato a lavorare a questo progetto avevo chiaro il mio obiettivo, sapevo che volevo incontrare gli ultimi combattenti volontari della guerra di Spagna per ricordare il valore del loro impegno. In un lavoro di questo tipo è insito il valore del passato, è chiaro che si fa perno sul passato per affermare un valore assoluto. Ero consapevole del fatto che per me aveva un grande significato incontrare fisicamente chi tanti anni fa aveva fatto quella scelta. Sapevo che che la presenza in vita era un legame forte. Il fatto che loro fossero ancora vivi mentre anche io lo sono è la finestra di opportunità che ho per raccogliere la loro testimonianza personale. Eppure  a quel tempo, prima di incontrarli, ero convinto che il mio lavoro era rivolto soprattutto alla storia e al passato. Qualcosa è cambiato sin dalla prima intervista con Josè Almudever ma è stato l’incontro con Aurelio Grossi che mi ha definitivamente fatto comprendere come stessero realmente le cose.

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La famiglia Grossi, prima di imbarcarsi da Buenos Aires alla volta della Spagna 11 Agosto 1936

Appena venuto a conoscenza dell’esistenza in vita di Ada e Aurelio Grossi ho cercato di incontrarli. Dalle prime notizie che avevo raccolto avevo capito che Ada aveva avuto un repentino peggioramento delle sue capacità di ricordo negli ultimi mesi e che per questo sarebbe stato difficile ottenere un’intervista ponderata da lei ma forse non impossibile. Per quanto concerneva Aurelio, invece, avrei dovuto rassegnarmi all’impossibilità di incontrarlo in quanto  le sue condizioni fisiche non permettevano più alcun contatto. Organizzare l’incontro con Ada non fu facile ma alla fine, ottenuto il consenso, non restava che fissare una data. Sentivo l’urgenza di incontrarla quanto prima, di registrare la sua voce, la voce di Radio Spagna libera, perché temevo, data la sua età avanzata, che qualcosa potesse impedirmelo per sempre. Questo timore altro non era che una forma con cui si manifestava quell’urgenza che mi aveva spinto ad iniziare questo documentario. Dopo diversi rinvii avevamo pianificato di incontrarci ai primi di settembre, eravamo alla fine di luglio e lo stato di salute di Ada non destava preoccupazioni. Ma un pomeriggio dei primi giorni di agosto arriva la notizia, Ada era morta. Mi sono sentito spiazzato, privato di una possibilità, beffato dal destino. I numeri assumevano significati simbolici: la notevole estensione della sua vita mi appariva come il grande arco temporale che il caso mi aveva offerto di incontrarla, la piccola distanza tra la mia città e la sua era la facilità che avrei potuto avere per raggiungerla e la piccola differenza di giorni tra la sua morte il giorno del nostro incontro prefissato una crudele beffa del destino oppure il sintomo di una mia incapacità. Con lei sfumava la possibilità di raccogliere dalla loro viva voce tutta la storia della famiglia Grossi che, invece, mi appariva di straordinario interesse.  I documenti video che raccolgono la loro testimonianza erano quasi del tutto inesistenti (se si esclude un’intervista amatoriale effettuata da una scolaresca di Napoli). In qualche modo il mio “errore” era anche un danno alla memoria collettiva, anche tenuto conto del poco che possa valere il mio lavoro di documentazione. Per me quella storia si concludeva bruscamente con la morte di Ada.

Eppure non riuscivo ad arrendermi a quell’idea, in qualche modo ne ero restato ossessionato sin dal primo momento in cui ne avevo sentito parlare. Non riuscivo a credere che in Italia fossero ancora presenti dei reduci combattenti volontari della guerra di Spagna. Ed io non essere riuscito ad incontrarli. Rimuginando su questo capii che me era diventato fondamentale incontrare Aurelio, anche se non avrebbe potuto dirmi nulla e nulla avrebbe potuto ascoltare da me. Pensavo che testimoniare la sua presenza in vita sarebbe stato, comunque, sufficiente per una ricognizione storica su di lui e la sua famiglia. Alla fine sono riuscito ad ottenere il permesso di un’intervista rilasciata dal prof. Aragno o dalla stessa nipote di Aurelio, Sylvia G. Grossi (figlia di Ada), da svolgere alla presenza di Aurelio. Quello mi sarebbe bastato per ricomporre all’interno di un frame video quell’unità di immagine e di parola di cui avevo bisogno per riproporre con vividezza il discorso sulla partecipazione volontaria alla guerra di Spagna.

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Aurelio Grossi Adolescente in Argentina

Con i compagni della troupe andiamo a Napoli, arriviamo a casa Grossi, scambiamo due chiacchiere con Sylvia e suo figlio Aitor che ci accolgono con calore, piazziamo la videocamera e le luci, avvisiamo che siamo pronti a girare, possono chiamare Aurelio.  Io avevo posizionato le luci e le sedie per tenere l’interlocutore in primo piano e Aurelio, per qualche minuto in secondo piano, magari rivolto verso la finestra. Quando lo vedo arrivare sento come se la storia, quella che andrebbe scritta con la s maiuscola, entrasse nella stanza. Mi avevano detto che Aurelio non poteva vedermi, ascoltarmi o parlarmi quindi quella figura che guardavo entrare era tutto ciò che potevo avere di lui. Un uomo vecchissimo, camminava curvo ma con un volto disteso e buono, appariva distante da noi ma non offeso dalle ingiurie del tempo. Questo era tutto quello che restava di quel ragazzo che giovanissimo decise di spostarsi dall’Argentina per andare in Spagna a combattere per la libertà e contro il fascismo. E in quella lotta subire enormi perdite, pagate a caro prezzo per tutta la vita. A qualcuno potrebbe sembrare poco ma per me era già tanto.

Aurelio si siede affianco a sua nipote che gli dice, urlando nell’unico orecchio che ancora percepisce dei suoni, chi siamo e cosa siamo venuti a fare. La mia prima sorpresa: ma dunque Aurelio può sentirci. Pensai che fosse solo un’affettuosa premura nei suoi confronti e, invece, quando Sylvia gli dice che siamo dei cineasti venuti per ascoltare la sua storia Aurelio ci sorride e rotea la mano come a dire: “niente di meno!”. Dunque Aurelio comprende quello che gli si dice! In quel momento ho capito che Aurelio era ancora tra noi, non era solo un corpo. L’intervista riserva diverse sorprese, tra cui una considerazione di George Orwell, raccolta direttamente dal nonno di Sylvia e padre di Aurelio, Cesare Grossi, durante uno scambio con lo scrittore. Aurelio, in diversi momenti, risponde a semplici domande di Sylvia e pur tra mille non ricordo riesce ancora a puntualizzare diverse cose che gli sono rimaste nella memoria. Riesce a comunicare con molto sforzo, non solo con la gestualità delle mani ma anche con un filo di voce che interpretiamo insieme al labiale. Per me è una sorpresa grandissima e bellissima, perché siamo riusciti ad entrare in contatto. Alla fine, noi tutti lo ringraziamo, per la sua vita spesa per libertà e per averci dedicato attenzione ed energie. Aurelio, l’ultimo italiano combattente volontario della guerra di Spagna ancora in vita, raccoglie le sue forze e stringendoci con affetto le mani ci dice sottovoce: sono io che ringrazio voi.

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Aurelio Grossi con la troupe di “I primi saranno gli ultimi”. Napoli – 13 settembre 2015

In quel momento comprendo il vero motivo che mi ha spinto in questa impresa. Volevo ringraziarli, farlo con la mia voce, che mi udissero, prima che se ne andassero tutti per sempre. Per questo dovevo farlo subito finché qualcuno di loro era ancora vivo.  Ma questi eroici ragazzi non smettono di stupirmi e alla fine sono loro che mi ringraziano per essere andato a sentire la loro storia. Allora c’era bisogno di questo incontro, allora questo nostro lavoro è utile. Ora ho capito che la forza più grande che mi spinge a raccontare le loro storie non è la gloria del passato ma il presente, quel tempo in cui si è in vita, noi e loro. Quella vita che loro hanno speso e continuano a  spendere per la libertà, di tutti, con infinita generosità. E che resta il solo modo che io conosca per onorare il tempo che la vita concede.