Geoffrey

Geoffrey Servante Morrison
Geoffrey Servante Morrison

Quasi certamente ognuno di voi avrà un’idea piuttosto precisa su come potesse essere un volontario che a metà degli anni ’30 lasciasse casa, amici, amori, lavoro e andasse a combattere per la repubblica spagnola contro i fascisti e nazisti. Avrete visto qualche film (a cominciare da quello più famoso, Terra e libertà), probabilmente avrete letto qualche libro: Omaggio alla Catalogna di Orwell o Per chi suona la campana di Hemingway e forse visto le foto di Robert Capa e Gerda Taro. E quando vedrete il nostro film ritroverete molte delle vostre idee incarnate negli ultimi protagonisti che abbiamo intervistato. Ma dovete sapere che la guerra di Spagna fu anche molto altro. E se avete letto alcuni di racconti di Hemingway forse già lo sospettate. Lui con Martha Gellhorn all’hotel Florida sotto le bombe, sempre lui a discutere di cocktail con il barman Perico Chicote con il fronte che scorreva al termine della strada. Ma forse ricordate anche un breve passaggio di Casablanca quando Victor Laszlo, il nuovo compagno di Ilsa, ricorda a Rick Blaine (Humphrey Bogart) di aver aiutato la Spagna repubblicana prima di rifugiarsi nel suo esilio dorato in Marocco. Ebbene si, intorno alla Spagna repubblicana c’era anche un alone di avventura e di idealismo che seduceva uomini e donne in cerca di una causa a cui dedicare la vita o almeno una storia da raccontare al proprio ritorno. Di loro si parla solo nei romanzi e nei film perché forse a loro ritorno dalla guerra non sono stati bravi a scrivere le proprie memorie, troppo presi a rincorrere i propri guai e a vivere la loro vita, nessuno li ha cercati e sono presto stati dimenticati.

Ma questi (anti-)eroi non sono tutti morti, Geoffrey è uno di loro (e lui lo sa) e per noi è stato un grande piacere ascoltare la sua storia e saremo felici di raccontarvela nel nostro film. Non possiamo dirvi troppo, vi anticipiamo solo un dettaglio, tutto ebbe inizio una notte di primavera del 1937 in un pub di Soho quando Geoffrey aveva appena compiuto 18 anni… e l’abbiamo scoperta nelle campagne inglesi del Gloucesteshire in una una fredda giornata d’inverno di appena ottantun anni dopo…

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Le sorprese del 2017 non erano finite

Stavamo già correndo con la mente al bilancio dell’anno che terminava quando una nuova e sorprendente notizia ci ha raggiunto: in Francia c’è un altro ex brigatista internazionale ancora vivo! Si chiama Henri Diaz e ha 100 anni! Non siamo ancora entrati in contatto con lui ma abbiamo già appreso alcune notizie sul suo conto. Appena scoppiata la guerra civile Henri è giunto in Spagna e combattuto dapprima con il mitico 5° Reggimento del comandante Carlos, poi con la 36° Brigata Mista della 4° Divisione e infine nella XIV Brigata Internazionale. Ha combattuto in Spagna fino alla fine della guerra, lasciando il paese solo il 17 marzo del 1939. Henri ha continuato la sua lotta contro il fascismo partecipando anche alla resistenza francese.

Inutile dirvi che non vediamo l’ora di poter ascoltare la sua storia direttamente dalla sua voce. Sappiamo che le condizioni fisiche di Henri Diaz non sono perfette ma la sua memoria è ancora eccellente, tant’è che nel marzo di quest’anno ha pubblicato un libro di memorie intitolato: I sentieri della libertà.

Vi terremo aggiornati.

L’ultima frontiera

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Esino Marinelli – Brigata Garibaldi

Chi segue il nostro lavoro sa che le interviste ai reduci le abbiamo terminate nel settembre dello scorso anno, incontrando Aurelio Grossi. Mentre ci trovavamo nell’organizzazione della fase della post-produzione mi arriva un messaggio su facebook da una ragazza di Mantova che mi informa di conoscere un reduce della guerra di Spagna, Diviso Marinelli, che ha combattuto nell’esercito fascista. Le spiego che il nostro lavoro non contempla le interviste con i reduci dell’altro versante non perché noi non sentiamo interesse per la loro storia e neppure per una sorta di astio che certo non possiamo permetterci: studiando la storia delle Brigate Internazionali abbiamo ben capito come già loro distinguessero nettamente tra fascismo e soldati dell’esercito fascista che per lo più era povera gente senza nessuna velleità politica. Semplicemente era fuori dal tema del film, il nostro film vuole parlare delle scelte individuali in nome di ideali di libertà e, quindi, il percorso delle interviste è tracciato da una sola parte. Ma lei non mi aveva ancora detto tutto, questa storia era molto più complessa di come poteva sembrare. Innanzitutto per una questione di definizione, sebbene inquadrato nel CTV (il corpo volontario), Diviso non aveva scelto liberamente di partire ma era stato iscritto nelle liste da un suo compaesano (tal Olivo Cuoco). Episodio chiarificatore sulla natura di quei soldati ma questo non spostava la questione, Diviso era parte di un’altra storia. Fino a quando non mi rivela un elemento assolutamente inaspettato: Diviso Marinelli aveva combattuto a Guadalajara e in quella battaglia era morto suo cugino, Esino Marinelli, combattente della Brigata Garibaldi.

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il retro della foto di Esino Marinelli

In un primo tempo non riuscivo a credere di essermi imbattuto in una storia tanto intricata, inquietante e drammaticamente simbolica, fino al punto di sembrare un film nel nostro film. A quel punto ho cominciato una serrata verifica delle fonti, sia su Diviso sia su Esino. Ho controllato lo stato di servizio di Diviso, i documenti negli archivi dell’INSMLI: tutto tornava. I due cugini avevano combattuto uno contro l’altro nella stessa battaglia. Più procedevo nella ricerca più trovavo dettagli e conferme inaspettate. La divisione di Diviso, Fiamme Nere, e la brigata Garibaldi si erano affrontate direttamente nei pressi della città di Brihuega e nell’assalto al Palazzo Ibarra. Leggendo il diario di Diviso Marinelli ho trovato le tracce della sua presenza nei dintorni di Brihuega e del Palazzo Ibarra proprio nei giorni di quegli scontri. I due cugini non erano solamente presenti nella battaglia di Guadalajara (che dura 15 giorni su un fronte di decine di chilometri), Diviso ed Esino si erano letteralmente sparati addosso tra i giorni 11 e 14 del Marzo del 1936. Per uno strano caso del destino, nonostante Esino fosse un combattente come tanti altri, trovo molta documentazione su di lui. Alcune notizie mi lasciano stupefatto. Attraverso un mio amico storico vengo a conoscenza di una lettera scrittagli dalla madre un mese prima della sua morte, una lettera che non gli è mai giunta perché sequestrata dalla censura fascista. Trovo una testimonianza diretta sul ferimento di Esino nel libro su Guadalajara di Olao Conforti, che lo vuole presente il 14 sera presso il posto di medicazione di Torija, qualcuno dei suoi compagni descrive come è vestito, giubba kaki e maglione nero, è ferito alle gambe. Forse è stato ferito proprio durante l’assalto che le Brigate Internazionali fanno contro le truppe fasciste asserragliate lì dentro. Ma Diviso dov’è il 14 marzo? Per caso è proprio nel Palazzo Ibarra? Forse hanno combattuto uno contro l’altro nel giorno in cui probabilmente è stato ferito Esino? Dal diario di Diviso non si evince.

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mappa della battaglia di Guadalajara

A questo punto so troppe cose su Esino Marinelli. So che era emigrato in Francia all’età di 12 anni con il padre, dopo la morte del padre rimane in Francia come operaio nelle industrie metallurgiche e con quel che guadagna mantiene la sua famiglia restata a Genga. So che diventa un militante comunista ricercato dall’OVRA. Quando si formano le Brigate Internazionali è tra i primi a partire e nell’ottobre del 36 è già in Spagna a combattere. Partecipa alle battaglie di Cerro Rojo, Pozuelo, Boadilla Mirabueno, Majadahonda, Arganda, difende Madrid alla Casa del Campo. Trovo la testimonianza di un suo commilitone sul ferimento che lo porterà alla morte una settimana dopo:  riferisce che è stato colpito assaltando un carro armato con bombe a mano. A quel punto capiamo che dobbiamo raccontare la sua storia, capiamo che la sua vicenda e quella di suo cugino rappresentano in modo straordinario la spaccatura verticale prodotta dalla guerra di Spagna. E solo Diviso può  ancora raccontarcela con le parole di un testimone diretto.

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Intervista a Diviso Marinelli- Mantova 16 luglio 2016

Sappiamo che non sarà un’intervista facile, sarà diversa dalle altre, non solo per il ruolo di Diviso nella guerra ma anche perché noi gli porteremo delle informazioni sulla vita e sulla morte di Esino di cui lui non è mai stato a conoscenza per 80 anni. Lo facciamo nella convinzione che Diviso voglia sapere e nella speranza che possa ricordare altri particolari che aiutino ad inquadrare meglio questo episodio i cui contorni probabilmente conserveranno per sempre un margine di incertezza ma i cui dettagli emersi sono carichi di esemplare drammaticità.

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Diviso in Spagna (il primo da sinistra)

Quest’intervista ci ha riservato momenti di drammatica tensione, i materiali che abbiamo portato a Diviso gli hanno risvegliato ricordi sopiti, inaspettati e sorprendenti. Ancora una volta questa storia ci eccede, ci spiazza, ci interroga sulla nostra capacità di saperla raccontare. Dobbiamo riguardare il materiale, rifletterci su. E’ una storia importante, l’ultima, la più estrema. Il caso ha voluto che la incontrassimo al termine del nostro viaggio e noi non ci siamo sottratti.

 

 

L’ultimo combattente per la libertà

«Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi.» Epicuro. Lettera sulla felicità

Incontro con Aurelio Grossi. L’ultimo italiano combattente volontario della guerra civile spagnola
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Aurelio Grossi con la troupe di “I primi saranno gli ultimi” Napoli – 13 settembre 2015

Quando ho cominciato a lavorare a questo progetto avevo chiaro il mio obiettivo, sapevo che volevo incontrare gli ultimi combattenti volontari della guerra di Spagna per ricordare il valore del loro impegno. In un lavoro di questo tipo è insito il valore del passato, è chiaro che si fa perno sul passato per affermare un valore assoluto. Ero consapevole del fatto che per me aveva un grande significato incontrare fisicamente chi tanti anni fa aveva fatto quella scelta. Sapevo che che la presenza in vita era un legame forte. Il fatto che loro fossero ancora vivi mentre anche io lo sono è la finestra di opportunità che ho per raccogliere la loro testimonianza personale. Eppure  a quel tempo, prima di incontrarli, ero convinto che il mio lavoro era rivolto soprattutto alla storia e al passato. Qualcosa è cambiato sin dalla prima intervista con Josè Almudever ma è stato l’incontro con Aurelio Grossi che mi ha definitivamente fatto comprendere come stessero realmente le cose.

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La famiglia Grossi, prima di imbarcarsi da Buenos Aires alla volta della Spagna 11 Agosto 1936

Appena venuto a conoscenza dell’esistenza in vita di Ada e Aurelio Grossi ho cercato di incontrarli. Dalle prime notizie che avevo raccolto avevo capito che Ada aveva avuto un repentino peggioramento delle sue capacità di ricordo negli ultimi mesi e che per questo sarebbe stato difficile ottenere un’intervista ponderata da lei ma forse non impossibile. Per quanto concerneva Aurelio, invece, avrei dovuto rassegnarmi all’impossibilità di incontrarlo in quanto  le sue condizioni fisiche non permettevano più alcun contatto. Organizzare l’incontro con Ada non fu facile ma alla fine, ottenuto il consenso, non restava che fissare una data. Sentivo l’urgenza di incontrarla quanto prima, di registrare la sua voce, la voce di Radio Spagna libera, perché temevo, data la sua età avanzata, che qualcosa potesse impedirmelo per sempre. Questo timore altro non era che una forma con cui si manifestava quell’urgenza che mi aveva spinto ad iniziare questo documentario. Dopo diversi rinvii avevamo pianificato di incontrarci ai primi di settembre, eravamo alla fine di luglio e lo stato di salute di Ada non destava preoccupazioni. Ma un pomeriggio dei primi giorni di agosto arriva la notizia, Ada era morta. Mi sono sentito spiazzato, privato di una possibilità, beffato dal destino. I numeri assumevano significati simbolici: la notevole estensione della sua vita mi appariva come il grande arco temporale che il caso mi aveva offerto di incontrarla, la piccola distanza tra la mia città e la sua era la facilità che avrei potuto avere per raggiungerla e la piccola differenza di giorni tra la sua morte il giorno del nostro incontro prefissato una crudele beffa del destino oppure il sintomo di una mia incapacità. Con lei sfumava la possibilità di raccogliere dalla loro viva voce tutta la storia della famiglia Grossi che, invece, mi appariva di straordinario interesse.  I documenti video che raccolgono la loro testimonianza erano quasi del tutto inesistenti (se si esclude un’intervista amatoriale effettuata da una scolaresca di Napoli). In qualche modo il mio “errore” era anche un danno alla memoria collettiva, anche tenuto conto del poco che possa valere il mio lavoro di documentazione. Per me quella storia si concludeva bruscamente con la morte di Ada.

Eppure non riuscivo ad arrendermi a quell’idea, in qualche modo ne ero restato ossessionato sin dal primo momento in cui ne avevo sentito parlare. Non riuscivo a credere che in Italia fossero ancora presenti dei reduci combattenti volontari della guerra di Spagna. Ed io non essere riuscito ad incontrarli. Rimuginando su questo capii che me era diventato fondamentale incontrare Aurelio, anche se non avrebbe potuto dirmi nulla e nulla avrebbe potuto ascoltare da me. Pensavo che testimoniare la sua presenza in vita sarebbe stato, comunque, sufficiente per una ricognizione storica su di lui e la sua famiglia. Alla fine sono riuscito ad ottenere il permesso di un’intervista rilasciata dal prof. Aragno o dalla stessa nipote di Aurelio, Sylvia G. Grossi (figlia di Ada), da svolgere alla presenza di Aurelio. Quello mi sarebbe bastato per ricomporre all’interno di un frame video quell’unità di immagine e di parola di cui avevo bisogno per riproporre con vividezza il discorso sulla partecipazione volontaria alla guerra di Spagna.

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Aurelio Grossi Adolescente in Argentina

Con i compagni della troupe andiamo a Napoli, arriviamo a casa Grossi, scambiamo due chiacchiere con Sylvia e suo figlio Aitor che ci accolgono con calore, piazziamo la videocamera e le luci, avvisiamo che siamo pronti a girare, possono chiamare Aurelio.  Io avevo posizionato le luci e le sedie per tenere l’interlocutore in primo piano e Aurelio, per qualche minuto in secondo piano, magari rivolto verso la finestra. Quando lo vedo arrivare sento come se la storia, quella che andrebbe scritta con la s maiuscola, entrasse nella stanza. Mi avevano detto che Aurelio non poteva vedermi, ascoltarmi o parlarmi quindi quella figura che guardavo entrare era tutto ciò che potevo avere di lui. Un uomo vecchissimo, camminava curvo ma con un volto disteso e buono, appariva distante da noi ma non offeso dalle ingiurie del tempo. Questo era tutto quello che restava di quel ragazzo che giovanissimo decise di spostarsi dall’Argentina per andare in Spagna a combattere per la libertà e contro il fascismo. E in quella lotta subire enormi perdite, pagate a caro prezzo per tutta la vita. A qualcuno potrebbe sembrare poco ma per me era già tanto.

Aurelio si siede affianco a sua nipote che gli dice, urlando nell’unico orecchio che ancora percepisce dei suoni, chi siamo e cosa siamo venuti a fare. La mia prima sorpresa: ma dunque Aurelio può sentirci. Pensai che fosse solo un’affettuosa premura nei suoi confronti e, invece, quando Sylvia gli dice che siamo dei cineasti venuti per ascoltare la sua storia Aurelio ci sorride e rotea la mano come a dire: “niente di meno!”. Dunque Aurelio comprende quello che gli si dice! In quel momento ho capito che Aurelio era ancora tra noi, non era solo un corpo. L’intervista riserva diverse sorprese, tra cui una considerazione di George Orwell, raccolta direttamente dal nonno di Sylvia e padre di Aurelio, Cesare Grossi, durante uno scambio con lo scrittore. Aurelio, in diversi momenti, risponde a semplici domande di Sylvia e pur tra mille non ricordo riesce ancora a puntualizzare diverse cose che gli sono rimaste nella memoria. Riesce a comunicare con molto sforzo, non solo con la gestualità delle mani ma anche con un filo di voce che interpretiamo insieme al labiale. Per me è una sorpresa grandissima e bellissima, perché siamo riusciti ad entrare in contatto. Alla fine, noi tutti lo ringraziamo, per la sua vita spesa per libertà e per averci dedicato attenzione ed energie. Aurelio, l’ultimo italiano combattente volontario della guerra di Spagna ancora in vita, raccoglie le sue forze e stringendoci con affetto le mani ci dice sottovoce: sono io che ringrazio voi.

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Aurelio Grossi con la troupe di “I primi saranno gli ultimi”. Napoli – 13 settembre 2015

In quel momento comprendo il vero motivo che mi ha spinto in questa impresa. Volevo ringraziarli, farlo con la mia voce, che mi udissero, prima che se ne andassero tutti per sempre. Per questo dovevo farlo subito finché qualcuno di loro era ancora vivo.  Ma questi eroici ragazzi non smettono di stupirmi e alla fine sono loro che mi ringraziano per essere andato a sentire la loro storia. Allora c’era bisogno di questo incontro, allora questo nostro lavoro è utile. Ora ho capito che la forza più grande che mi spinge a raccontare le loro storie non è la gloria del passato ma il presente, quel tempo in cui si è in vita, noi e loro. Quella vita che loro hanno speso e continuano a  spendere per la libertà, di tutti, con infinita generosità. E che resta il solo modo che io conosca per onorare il tempo che la vita concede.