L’ultimo Gudari

Era un venerdì d’estate e il giovane José era in una festa popolare, si divertiva con i suoi amici e ballava. Dal mare arrivava la brezza fresca del porto di Bilbao, guardava una ragazza e pensava che avrebbe dovuto invitarla a ballare. Mentre cercava il coraggio per farlo arrivano le guardie d’asalto e annunciano che l’esercito si è sollevato. José capisce subito che ormai è inutile invitarla, non avrà il tempo di poterla conoscere. E’ il 17 luglio 1936 e José ha solo 17 anni.  Il giorno dopo si presenta come volontario nella milizia del battaglione San Andrés, organizzato dal sindacato basco. Per lui è iniziata la guerra civile in difesa della Repubblica e della sua Euskadi.

José giovane
José Moreno da giovane

All’inizio lo impiegano nella costruzione delle trincee. Col passare del tempo i baschi capiscono che se vogliono mantenere le autonomie concesse dalla Repubblica dovranno difendersi con fermezza dall’aggressione dell’esercito franchista appoggiato da Hitler e Mussolini. Intorno alla città di Bilbao viene costruita una cintura chiama “La cintura di ferro” , costituita di fortini, nidi di mitragliatrici, depositi di munizioni, trincee e camminamenti.  Ma il suo progettista, l’ingegnere Alejandro Goicoechea, tradirà e passerà i progetti all’esercito golpista, indicando i punti deboli e i passaggi ancora non ultimati e che faciliteranno l’aggressione e la conquista della città di Bilbao.

 

Nel febbraio del 1937 José diventa fuciliere, giusto in tempo per partecipare alla battaglia di Durango. Si trova proprio nei dintorni di Durango il 31 Marzo del 1937 quando verso le 8 del mattino inizia un bombardamento contro la cittadina basca priva di istallazioni militari o di truppe. Ma chi esegue il bombardamento questo lo sa, il suo scopo non è attaccare l’esercito basco ma terrorizzare la popolazione. E’ il primo attacco terroristico nello storia militare contro una popolazione cittadina inerme. Ad eseguirlo sono gli italiani dell’aviazione legionaria mandata da Mussolini. I morti sono quasi 300, più di quelli di Guernica, massacrati 26 giorni dopo dalla legione Condor. José resta uno degli ultimi testimoni di questo crimine di guerra per cui l’Italia non ha mai risposto.

 

Nell’Agosto del 1937, quando il governo basco ritiene impossibili le speranze di resistere stipula una resa con l’esercito italiano che prevede per i soldati baschi (i gudaris) la possibilità di lasciare il paese e per chi resta di aver salva la vita. Ma gli italiani tradiscono i patti e accondiscendono alle pretese di Franco, abbandonando i prigionieri alle vendette e alla repressione dei golpisti.

Oggi José ha 100 anni e non ha ancora perso la sua voglia di lottare e di raccontare la sua storia.  La storia dell’ultimo volontario basco, la storia dell’ultimo Gudari.

José oggi con Mauro
José Moreno durante la nostra intervista (Maggio 2019)

La speranza guidava i suoi passi.

Due giorni dopo William Krehm ci lascia Geoffrey Servante. E’ una incredibile concomitanza, che ci rattrista, perché sono due amici che se ne vanno, e noi non eravamo preparati, e a nulla vale – credetemi – il discorso sull’età avanzata. Loro ci hanno incontrati una volta sola, ma noi li abbiamo ascoltati e visti decine e decine di volte lavorando al film, e abbiamo chiesto notizie ai loro figli, abbiamo pensato a loro, a quello che avevano fatto e a quello che saremmo stati capaci di raccontare.

Ho pensato a lungo a cosa li accomunava in vita. Erano anglosassoni entrambi, e avevano un senso dell’umorismo spiccato e per certi versi simile, probabilmente dovuto alla matrice culturale comune, sebbene William fosse canadese e Geoffrey inglese. Però la loro partecipazione alla guerra di Spagna non potrebbe avere radici più diverse. Di William e delle sue forti motivazioni politiche ha scritto approfonditamente Pasquale, a me piacerebbe dire qualcosa di un ragazzo forse incosciente, come diceva Geoffrey quando parlava del suo gesto, ma anche generoso. Un ragazzo che forse non sapeva cosa stava cercando, ma sicuramente l’ha saputo riconoscere quando se l’è trovato davanti.

C’è un libro scritto da uno storico francese, Rémi Skoutelski, che si intitola “L’espoir guidait leurs pas” (La speranza guidava i loro passi, ndr) e che prova a raccontare la storia dei volontari accorsi in difesa della Repubblica spagnola. Il saggio, uscito nel 1998, prova in particolare a rispondere alla domanda delle domande, per chi – come noi – si è appassionato alla storia della guerra di Spagna: perché quei ragazzi partirono volontari per difendere la Repubblica Spagnola? Quali erano le loro motivazioni? Sulla base di numerose interviste realizzate negli anni ’90, quando i reduci erano ancora numerosi, Skoutelski arriva alla conclusione (in sintesi) che non esiste una sola risposta ma migliaia, tante risposte quanti furono i volontari, perché ognuno aveva le sue motivazioni. Le risposte sono però legate da alcuni fili conduttori che permettono di raggrupparle e di individuare in qualche misura i profili dei volontari. Uno di questi, tra i tanti, era l’avventuriero, quello partito per spirito di avventura.

Prima di incontrare Geoffrey devo ammettere che né io né Pasquale credevamo che questi avventurieri della causa spagnola fossero davvero esistiti. Ci sembrava una cosa d’altri tempi, un mito buono per altre storie, ma non per la guerra di Spagna. Per noi era chiara la dimensione politica, l’antifascismo, il motto “oggi in Spagna domani in Italia”, l’anelito rivoluzionario.

Geoffrey Servante è partito dall’Inghilterra a diciotto anni per vincere una scommessa. Qualcuno sosteneva che le frontiere erano ormai chiuse, che non era più possibile raggiungere la Spagna e lui ha scommesso che invece ce l’avrebbe fatta, che sarebbe arrivato laggiù, e ci è riuscito. Quando abbiamo saputo dell’esistenza di Geoffrey, poco più di un anno fa, e abbiamo sentito questa storia per la prima volta, ricordo che eravamo increduli e ci siamo detti “ehi, questo sì che è un avventuriero!”

La cosa che però voglio dire oggi, per ricordare Geoffrey e il suo prezioso gesto, è che lui, una volta arrivato, è rimasto in Spagna e ha combattuto per la Repubblica. Non è tornato subito indietro a vantarsi della sua bravata e a riscuotere la posta della scommessa, che tra l’altro non riscuoterà mai: ironia della sorte, alla fine della guerra, tornerà nel pub di Londra a cercare il ragazzo con cui aveva scommesso, ma scoprirà che nel frattempo è morto. Geoffrey è rimasto in Spagna perché è voluto andare oltre, oltre la scommessa, oltre un viaggio avventuroso per mare che avrebbe saziato la sete di qualsiasi ragazzo, oltre una generica simpatia per la Repubblica, per andare incontro a una storia importante di solidarietà e difesa della libertà, fatta da ragazzi come lui.

Ora tornate su, all’inizio dell’articolo, e guardate questo ragazzo negli occhi. La speranza guidava anche i suoi passi.

L’ultimo rivoluzionario. L’addio a William Krehm

Se si vuole comprendere profondamente cosa sia stato il 900, il ruolo che le ideologie hanno svolto nella politica di quel secolo e nelle vite degli uomini e delle donne che lo attraversarono, bisognerebbe conoscere le biografie di uomini come William Krehm. Di formazione trotzkysta, militava nell’LRWP (League for Revolutionary Worker’s Party), nel 1936 era venuto in Europa per capire se e come si sarebbe potuta realizzare la rivoluzione che sognava. In quel frangente scoppiò la guerra civile spagnola e si recò in Spagna perché lì si riversarono le speranze e le illusioni di tutti i rivoluzionari.

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William Krehm (primi anni ’40)

Ebbe la tentazione di entrare nelle Brigate Internazionali su proposta del poeta irlandese Charles Donnelly, incontrato a Londra durante il Natale del 1936.  Ma preferì restare nelle file del POUM (Partido Obrero de Unificacion Marxista) che, benché scomunicato da Ttrotzky a causa della sua vicinanza al Fronte Popolare,  era la formazione che più si avvicinava alla sue idee. Svolse il ruolo di giornalista e attivista politico. Mantenne i rapporti tra il suo partito e POUM, cercando di portare il partito spagnolo verso una linea autenticamente rivoluzionaria. Durante questa attività incontrò anche lo scrittore George Orwell che combatteva sul fronte aragonese  nelle milizie del POUM. A proposito delle sue chiacchierate con Orwell ci aveva raccontato un divertente aneddoto che abbiamo rappresentato nel nostro film con un’animazione che li vede ritratti sulle Ramblas di Barcellona nella primavera del 1937.

George Orwell e William Krehm
George Orwell e William Krehm a Barcellona nel 1937 (frame da “I Primi Saranno Gli Ultimi”).

A Maggio del 1937 resta pesantemente coinvolto nelle conseguenze degli scontri tra le truppe regolari dell’esercito repubblicano, indirizzate dalla politica comunista, e i miliziani anarchici e poumisti. Riuscito a salvarsi dall’esperienza spagnola, emigrò in Messico, restando accanto a Trotzky, al cui funerale svolse il ruolo di una delle guardie d’onore.

Presi dalle mille fatiche ed incertezze del nostro lavoro di produzione di questo film e avendo conosciuto più in ritardo rispetto ad altri della sua esistenza, non siamo stati in grado di realizzare subito l’intervista con lui ma quando ormai il film volgeva verso la conclusione abbiamo comunque deciso di intervistarlo senza sapere se avremmo potuto inserire la sua storia nella nostra trama. E benché tanti ricordi di quell’esperienza stessero svanendo nella mente di William, quando poi siamo andati a tradurre e trascrivere quello che ci aveva detto ci siamo resi conto conto che la sua esperienza era unica e rara. Le sue parole ci fornivano la visione del versante libertario del fronte antifascista che avevamo solo sfiorato nei ricordi di Aurelio Grossi.

William Krehm (2018)
Backstage dell’intervista a William Krehm per I Primi Saranno Gli Ultimi

Al termine della sua intervista William ci aveva lasciati con un saluto che oggi ci sembra un ideale testamento storico per gli uomini e le donne che svilupperanno i loro destini fuori dal 900 ma del quale sono figli e ancora profondamente intrecciati con fili la cui trama non è ancora stata risolta.

Ora che William ci ha lasciato siamo ancora più consapevoli dell’importanza del nostro lavoro. A noi resta senz’altro la ricchezza di aver conosciuto la sua storia e presto proveremo a restituirvela nel miglior modo di cui siamo stati capaci.

 

Storie degli Ultimi

Ci siamo, il conto alla rovescia è iniziato, il film è quasi pronto, ormai è questione di settimane, di giorni. Siamo felici, emozionati, quasi increduli, dopo quattro anni di viaggio. La storia di questi otto ragazzi, arrivati ai cent’anni nonostante la guerra, fatta quando non ne avevano ancora venti, per difendere la Repubblica spagnola, sta per uscire allo scoperto. Oggi i ragazzi sono rimasti in sei, dopo la scomparsa di Antoine e di Aurelio, l’ultimo italiano.

Ma quante storie ci siamo persi per strada per condensare oltre venti ore di interviste in un’ora e mezza di film? Questa domanda ci ha accompagnato sempre durante questi quattro anni. Era dietro a ogni scelta, ogni taglio. Quale storia merita di più, quando ne hai molte, troppe, per farle entrare tutte in un film? E’ stato difficile scegliere, alcune volte anche doloroso. Ci siamo lasciati dietro storie alle quali non avremmo voluto rinunciare: episodi, battute, ricordi, pezzi di vita.

Per questo le abbiamo tenute lì, da una parte, sapendo che prima o poi avrebbero trovato spazio e tempo anche loro. Ora che il film è davvero in arrivo le abbiamo recuperate, le abbiamo chiamate Storie degli Ultimi e abbiamo pensato di rivederle, in pillole di pochi secondi, insieme a tutti quelli che ci hanno seguito e sostenuto in questi anni. Dai prossimi giorni e nelle prossime settimane saranno pubblicate sugli account social del film e del CSI, in una sorta di conto alla rovescia che ci accompagnerà fino all’uscita del film. Buona visione!

 

Storie degli Ultimi: guarda tutte le clip

CLIP 1 > I figli delle operaie e degli operai / Vincent

CLIP 2 > Ero un Repubblicano / Antoine

CLIP 3 > Arruolamento / Vincent

CLIP 4 > Vivo per miracolo / Joseph

CLIP 5 > Un mese in fanteria / Virgilio

CLIP 6 > La bravata di un ragazzo di 18 anni / Geoffrey

CLIP 7 > La Repubblica colpita al cuore / William

CLIP 8 > Il popolo di Madrid / Henri

Geoffrey

Geoffrey Servante Morrison
Geoffrey Servante Morrison

Quasi certamente ognuno di voi avrà un’idea piuttosto precisa su come potesse essere un volontario che a metà degli anni ’30 lasciasse casa, amici, amori, lavoro e andasse a combattere per la repubblica spagnola contro i fascisti e nazisti. Avrete visto qualche film (a cominciare da quello più famoso, Terra e libertà), probabilmente avrete letto qualche libro: Omaggio alla Catalogna di Orwell o Per chi suona la campana di Hemingway e forse visto le foto di Robert Capa e Gerda Taro. E quando vedrete il nostro film ritroverete molte delle vostre idee incarnate negli ultimi protagonisti che abbiamo intervistato. Ma dovete sapere che la guerra di Spagna fu anche molto altro. E se avete letto alcuni di racconti di Hemingway forse già lo sospettate. Lui con Martha Gellhorn all’hotel Florida sotto le bombe, sempre lui a discutere di cocktail con il barman Perico Chicote con il fronte che scorreva al termine della strada. Ma forse ricordate anche un breve passaggio di Casablanca quando Victor Laszlo, il nuovo compagno di Ilsa, ricorda a Rick Blaine (Humphrey Bogart) di aver aiutato la Spagna repubblicana prima di rifugiarsi nel suo esilio dorato in Marocco. Ebbene si, intorno alla Spagna repubblicana c’era anche un alone di avventura e di idealismo che seduceva uomini e donne in cerca di una causa a cui dedicare la vita o almeno una storia da raccontare al proprio ritorno. Di loro si parla solo nei romanzi e nei film perché forse a loro ritorno dalla guerra non sono stati bravi a scrivere le proprie memorie, troppo presi a rincorrere i propri guai e a vivere la loro vita, nessuno li ha cercati e sono presto stati dimenticati.

Ma questi (anti-)eroi non sono tutti morti, Geoffrey è uno di loro (e lui lo sa) e per noi è stato un grande piacere ascoltare la sua storia e saremo felici di raccontarvela nel nostro film. Non possiamo dirvi troppo, vi anticipiamo solo un dettaglio, tutto ebbe inizio una notte di primavera del 1937 in un pub di Soho quando Geoffrey aveva appena compiuto 18 anni… e l’abbiamo scoperta nelle campagne inglesi del Gloucesteshire in una una fredda giornata d’inverno di appena ottantun anni dopo…

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Le sorprese del 2017 non erano finite

Stavamo già correndo con la mente al bilancio dell’anno che terminava quando una nuova e sorprendente notizia ci ha raggiunto: in Francia c’è un altro ex brigatista internazionale ancora vivo! Si chiama Henri Diaz e ha 100 anni! Non siamo ancora entrati in contatto con lui ma abbiamo già appreso alcune notizie sul suo conto. Appena scoppiata la guerra civile Henri è giunto in Spagna e combattuto dapprima con il mitico 5° Reggimento del comandante Carlos, poi con la 36° Brigata Mista della 4° Divisione e infine nella XIV Brigata Internazionale. Ha combattuto in Spagna fino alla fine della guerra, lasciando il paese solo il 17 marzo del 1939. Henri ha continuato la sua lotta contro il fascismo partecipando anche alla resistenza francese.

Inutile dirvi che non vediamo l’ora di poter ascoltare la sua storia direttamente dalla sua voce. Sappiamo che le condizioni fisiche di Henri Diaz non sono perfette ma la sua memoria è ancora eccellente, tant’è che nel marzo di quest’anno ha pubblicato un libro di memorie intitolato: I sentieri della libertà.

Vi terremo aggiornati.

Addio Aurelio

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Questa mattina è morto Aurelio Grossi, l’ultimo italiano combattente volontario repubblicano della guerra civile spagnola. L’ultimo protagonista di questa pagina della nostra storia ci ha lasciato. Per salutarlo pubblichiamo questa foto scattata alla vigilia della partenza della famiglia Grossi, dall’Argentina verso la Spagna. Era l’agosto del 1936, la borghesia, il clero reazionario e i militari spagnoli avevano appena lanciato il loro attacco contro la Repubblica spagnola, con l’aiuto di Hitler e Mussolini. I giovanissimi Aurelio, Renato e Ada e il loro genitori, Cesare e Maria, lasciavano le certezze della loro vita per correre in aiuto della democrazia spagnola. Da quella scelta la loro vita restò per sempre sconvolta e ne pagarono le conseguenze fino all’ultimo giorno della loro vita. Oggi, 6 aprile 2017, di quella eroica famiglia non resta più nessuno. In questa foto ingiallita i visi sono un po’ sfocati ma si colgono bene le espressioni. Aurelio è sorridente, un sorriso buono, senza un velo di spavalderia. E’ chiaramente inconsapevole di quello a cui sta andando incontro. Una guerra terribile, spietata. Non ha ancora diciotto anni quando si inquadra nell’Esercito Popolare della Repubblica, insieme al fratello Renato, con la funzione di telegrafisti. E fu nel gelo di Teruel che per difendere la loro strumentazione che serviva per non far disperdere il proprio battaglione,  tornarono indietro a recuperarla. In quel frangente una bomba li investe in pieno. Aurelio perde un occhio, Renato resta sotto choc. Ma in seguito Aurelio tornò ancora a combattere, fino alla fine della guerra. Poi la terribile esperienza nel campo di concentramento di Gurs in Francia, poi ancora il carcere e il confino inflittogli dal regime fascista in Italia, per punirlo della sua scelta. Aurelio è andato sempre avanti, senza pentimento, senza concedere niente al nemico, pur senza covare odio, pagando in prima persona le sue scelte, fino all’ultimo giorno della sua vita.
L’Italia avrebbe dovuto chiedergli perdono, avrebbe almeno potuto dirgli grazie. Sarebbe stato un gesto simbolico per far voltare pagina a questo paese. E, invece, no. L’Italia ha reso onore anche ad aviatori italiani, ben sapendo che l’aviazione italiana in Spagna si è resa responsabile di atti terroristici contro la popolazione inerme. Ma non ha voluto chiedere scusa ad Aurelio, a quella parte di italiani che gettarono la propria vita nella lotta, per la democrazia, contro il fascismo. Abbiamo chiesto fino all’ultimo al Presidente della Repubblica e al Ministro della Difesa un gesto di ripensamento. Serviva più a loro, a noi tutti, al Paese, che non ad Aurelio, che non avrebbe saputo più che farsene dei pezzi di carta dello stato italiano. E, invece, nulla di tutto questo. Solo oblio e silenzio.
Aurelio, noi vorremmo continuare ancora il tuo ricordo, per un altro po’ di tempo ancora, fino a quanto ci è possibile, prima che la polvere cancelli tutto. Non è molto ma è l’ultima cosa che ci resta da fare. Siamo felici di averti incontrato un pomeriggio di fine estate di due anni fa. Ti abbiamo detto grazie come gesto formale di fronte alla Storia, senza sapere se ti sarebbe arrivato ma tu hai capito, ci hai ringraziato a tua volta e hai sorriso, ed era lo stesso sorriso buono che avevi in questa foto. Ti hanno combattuto per ottant’anni con la violenza e con l’oblio ma non ti hanno cambiato. Aurelio, la vittoria e la gloria, per quel poco che valgono, sono tue, solo tue e degli uomini come te. Addio.

Scegliersi la parte

 

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Il Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, e il presidente dell’AICVAS, Italo Poma, sorreggono la bandiera militare della Seconda Repubblica Spagnola alle spalle di Aurelio Grossi

Il 21 dicembre 2016 alle ore 10 il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha conferito la medaglia della città ad Aurelio Grossi, ultimo combattente volontario italiano repubblicano della guerra civile spagnola. Leggendo la notizia delle righe precedenti si potrebbe essere indotti a pensare ad un gesto lieve di cortesia verso una persona molto vecchia a cui nella vita è capitato di stare dalla parte giusta e che si colga l’occasione del suo essere l’ultimo di una schiera per confermare un giudizio storico già accertato. Ma nulla potrebbe essere più lontano dal vero di questa idea: Aurelio Grossi è il primo combattente volontario italiano a cui, a memoria d’uomo, sia mai stata conferita un’onorificenza dallo stato italiano. Uno stato che, a dire il vero, non è avaro nel distribuire la sue medaglie ma che mai ha pensato di riservarne una per un suo cittadino che scelse di andare a difendere la democrazia spagnola dall’attacco del fascismo. E il motivo appare molto semplice: in quell’avventura i soldati italiano furono spediti a sorreggere il golpista Franco contro le legittime aspirazioni democratiche del popolo spagnolo. L’Italia di Mussolini mandò circa 50 mila soldati, tutti formalmente volontari, e oltre 750 aerei che sperimentarono per la prima volta in Europa i bombardamenti sui civili. Il notevole supporto italiano fu probabilmente determinante per l’affermazione del retrivo e crudele regime di Franco e per gli indiscriminati bombardamenti l’Italia è stata recentemente chiamata a rispondere. Non è questa la sede per un approfondito esame del ruolo politico e militare dell’Italia nella vicenda spagnola ma è certo che quell’azione è parte integrante della strategia mussoliniana che in alleanza con Hitler portò il nostro paese a schierarsi contro la democrazia e la libertà. Ma il ruolo del nostro popolo è stato parzialmente riscattato da 5 mila concittadini che rinunciando, spinti solo dai loro ideali politici, si recarono volontariamente in Spagna per difendere la democrazia. A questi 5 mila connazionali lo stato italiano non ha mai concesso onori e riconoscimenti poiché avrebbe significato onorare chi aveva sparato sul  regolare esercito italiano. Eppure questa barriere non sarebbe dovuta essere insormontabile. Allo stesso modo in cui si è riconosciuto che i partigiani che pure impugnarono le armi contro le truppe al servizio della RSI furono precursori dell’Italia democratica si sarebbe dovuto riconoscere che anche i combattenti repubblicani della guerra di Spagna lo furono. Con un certo velo di ipocrisia gli statunitensi chiamarono i combattenti volontari della Spagna come “antifascisti prematuri”, in realtà le borghesie occidentali furono miopi e tentennanti contro i pericoli fascisti e nazisti che avrebbero voluto strumentalizzare contro il rischio bolscevico e che, invece, gli si ritorsero contro.

A tutt’oggi esiste un deficit di elaborazione, almeno a livello delle burocrazie dello stato, che ha impedito di schierare le istituzioni su una posizione di saggio ravvedimento. Per questo è importante il gesto del sindaco de Magistris. Non solo perché onora un uomo che a 17 anni scelse di lasciare la vita tranquilla e agiata per andare a combattere con l’Esercito Popolare della Seconda Repubblica. Un ragazzo che anche dopo aver perso un occhio nella battaglia di Teruel ritornò a combattere fino alla fine della guerra. Un ragazzo che dopo essere stato rinchiuso nei campi di concentramento francesi venne consegnato dalla Francia sconfitta all’Italia e qui posto al confino per punirlo della sua colpa. Il gesto del sindaco di Napoli è importante perché afferma un principio importante: che l’Italia democratica si è cominciata a costruire durante la guerra di Spagna. Oggi Aurelio Grossi ha 97 anni ed è l’ultimo italiano vivente che ha combattuto in Spagna dalla parte della Repubblica. Quando noi abbiamo inviato la nostra segnalazione al Presidente della Repubblica italiana questi ha rinviato la decisione agli uffici militari che non sono riusciti ad avere il coraggio di compiere questo gesto e forse non era neppure nelle loro possibilità di compierlo. Questo è un gesto politico che il Presidente della Repubblica deve compiere nella sua autonomia politica insieme al ministro della Difesa. Aurelio non ha più alcune ambizione e non aspetta nulla da nessuno ma il suo restare ancora in vita è un’opportunità che egli concede alle istituzioni di questo paese di compiere un gesto di consapevolezza e di maturità. Dopo, tra dieci, venti, cinquant’anni, convegni e medaglie avranno un sapore di archivio, di polvere, di ipocrisia. Oggi c’è ancora spazio per un gesto di coraggio. Quello che Aurelio ha ampiamente dimostrato da quando aveva 17 anni e che lo stato italiano non ha ancora riconosciuto

 

“E quando ho visto i fascisti arrivare, ho preso il treno e sono andato in Spagna”

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I funerali del brigatista internazionale Antoine Pinol

Antoine Piñol è morto il 2 settembre del 2016 all’età di 101 anni. Lo avevamo incontrato nel luglio del 2015 nella sua casa di Le Passage, vicino Toulouse. Prima di lui non avevo mai incontrato un uomo che avesse già vissuto per cento anni e l’idea di intervistarlo sulle sue memorie della guerra di Spagna, accaduta 80 anni prima, era un azzardo a cui andavamo incontro con la serena consapevolezza di compiere un gesto audace ma non sostituibile. Il valore delle sue parole pronunciate dalla sua voce era e resta più grande delle ferite che la sua memoria aveva ricoperto con pietosi veli e vistose cicatrici. Ma la guerra di Spagna gli aveva lasciato oltre a numerose schegge di mitraglia nel corpo anche alcuni vividi ricordi nella mente. Mentre Mauro conduceva l’intervista in francese io, pur non afferrando tutte le sue parole, coglievo lo sforzo del mio amico nel tirargli fuori le risposte che ci attendevamo, comprendevo che Antoine  in alcuni casi ammetteva di non ricordare alcuni particolari su cui lo interrogavamo. Altre volte procedeva spedito nel racconto, sereno, a tratti sorridente ma quasi in difensiva per non lasciarsi scaraventare da noi nel turbinio di quei ricordi di guerra. Eppure era proprio quello che volevamo, era il motivo per cui eravamo arrivati in quel piccolo paesino del sud est della Francia dove trovarono rifugio molti dei combattenti internazionali dopo la sconfitta subita in Spagna. Nei mesi successivi la sua intervista è stata sbobinata e tradotta e così ho potuto finalmente conoscere esattamente quello che ci aveva detto. Quell’uomo fragile, consapevole della fine prossima del suo viaggio, ci aveva regalato alcuni passaggi affilati come lame, come quando ci raccontò del motivo per cui era andato  a combattere in Spagna: “quando ho visto arrivare i fascisti, ho preso il treno e sono partito“. Dunque la cifra di quell’uomo era sempre stata quella, sintetica, diretta, estremamente efficace. Negli ultimi anni, dopo la morte della moglie che aveva conosciuto in Spagna, Antoine è restato solo. A prendersi cura di lui una vicina di casa, a cui la moglie poco prima di morire lo aveva affidato: Janine. Cosa che lei ha fatto fino alla fine. Quando abbiamo appreso della sua morte Mauro ha chiamato Janine e lei ci ha raccontato degli ultimi tempi, Antoine s’era gravemente ammalato e la malattia gli creava incubi che lo strappavano al sonno. Antoine, spero che tra le tante immagini che si sono affacciate alla tua mente tra le ultime ci siano state anche quelle della terra libera di Spagna. Scusaci se t’abbiamo trascinato con insistenza nei ricordi terribili di quella guerra. Adesso tocca anche a noi raccontare i tuoi ricordi. Non può essere la stessa cosa ma faremo del meglio di cui siamo capaci. ¡Salud y República!

 

L’ultima frontiera

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Esino Marinelli – Brigata Garibaldi

Chi segue il nostro lavoro sa che le interviste ai reduci le abbiamo terminate nel settembre dello scorso anno, incontrando Aurelio Grossi. Mentre ci trovavamo nell’organizzazione della fase della post-produzione mi arriva un messaggio su facebook da una ragazza di Mantova che mi informa di conoscere un reduce della guerra di Spagna, Diviso Marinelli, che ha combattuto nell’esercito fascista. Le spiego che il nostro lavoro non contempla le interviste con i reduci dell’altro versante non perché noi non sentiamo interesse per la loro storia e neppure per una sorta di astio che certo non possiamo permetterci: studiando la storia delle Brigate Internazionali abbiamo ben capito come già loro distinguessero nettamente tra fascismo e soldati dell’esercito fascista che per lo più era povera gente senza nessuna velleità politica. Semplicemente era fuori dal tema del film, il nostro film vuole parlare delle scelte individuali in nome di ideali di libertà e, quindi, il percorso delle interviste è tracciato da una sola parte. Ma lei non mi aveva ancora detto tutto, questa storia era molto più complessa di come poteva sembrare. Innanzitutto per una questione di definizione, sebbene inquadrato nel CTV (il corpo volontario), Diviso non aveva scelto liberamente di partire ma era stato iscritto nelle liste da un suo compaesano (tal Olivo Cuoco). Episodio chiarificatore sulla natura di quei soldati ma questo non spostava la questione, Diviso era parte di un’altra storia. Fino a quando non mi rivela un elemento assolutamente inaspettato: Diviso Marinelli aveva combattuto a Guadalajara e in quella battaglia era morto suo cugino, Esino Marinelli, combattente della Brigata Garibaldi.

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il retro della foto di Esino Marinelli

In un primo tempo non riuscivo a credere di essermi imbattuto in una storia tanto intricata, inquietante e drammaticamente simbolica, fino al punto di sembrare un film nel nostro film. A quel punto ho cominciato una serrata verifica delle fonti, sia su Diviso sia su Esino. Ho controllato lo stato di servizio di Diviso, i documenti negli archivi dell’INSMLI: tutto tornava. I due cugini avevano combattuto uno contro l’altro nella stessa battaglia. Più procedevo nella ricerca più trovavo dettagli e conferme inaspettate. La divisione di Diviso, Fiamme Nere, e la brigata Garibaldi si erano affrontate direttamente nei pressi della città di Brihuega e nell’assalto al Palazzo Ibarra. Leggendo il diario di Diviso Marinelli ho trovato le tracce della sua presenza nei dintorni di Brihuega e del Palazzo Ibarra proprio nei giorni di quegli scontri. I due cugini non erano solamente presenti nella battaglia di Guadalajara (che dura 15 giorni su un fronte di decine di chilometri), Diviso ed Esino si erano letteralmente sparati addosso tra i giorni 11 e 14 del Marzo del 1936. Per uno strano caso del destino, nonostante Esino fosse un combattente come tanti altri, trovo molta documentazione su di lui. Alcune notizie mi lasciano stupefatto. Attraverso un mio amico storico vengo a conoscenza di una lettera scrittagli dalla madre un mese prima della sua morte, una lettera che non gli è mai giunta perché sequestrata dalla censura fascista. Trovo una testimonianza diretta sul ferimento di Esino nel libro su Guadalajara di Olao Conforti, che lo vuole presente il 14 sera presso il posto di medicazione di Torija, qualcuno dei suoi compagni descrive come è vestito, giubba kaki e maglione nero, è ferito alle gambe. Forse è stato ferito proprio durante l’assalto che le Brigate Internazionali fanno contro le truppe fasciste asserragliate lì dentro. Ma Diviso dov’è il 14 marzo? Per caso è proprio nel Palazzo Ibarra? Forse hanno combattuto uno contro l’altro nel giorno in cui probabilmente è stato ferito Esino? Dal diario di Diviso non si evince.

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mappa della battaglia di Guadalajara

A questo punto so troppe cose su Esino Marinelli. So che era emigrato in Francia all’età di 12 anni con il padre, dopo la morte del padre rimane in Francia come operaio nelle industrie metallurgiche e con quel che guadagna mantiene la sua famiglia restata a Genga. So che diventa un militante comunista ricercato dall’OVRA. Quando si formano le Brigate Internazionali è tra i primi a partire e nell’ottobre del 36 è già in Spagna a combattere. Partecipa alle battaglie di Cerro Rojo, Pozuelo, Boadilla Mirabueno, Majadahonda, Arganda, difende Madrid alla Casa del Campo. Trovo la testimonianza di un suo commilitone sul ferimento che lo porterà alla morte una settimana dopo:  riferisce che è stato colpito assaltando un carro armato con bombe a mano. A quel punto capiamo che dobbiamo raccontare la sua storia, capiamo che la sua vicenda e quella di suo cugino rappresentano in modo straordinario la spaccatura verticale prodotta dalla guerra di Spagna. E solo Diviso può  ancora raccontarcela con le parole di un testimone diretto.

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Intervista a Diviso Marinelli- Mantova 16 luglio 2016

Sappiamo che non sarà un’intervista facile, sarà diversa dalle altre, non solo per il ruolo di Diviso nella guerra ma anche perché noi gli porteremo delle informazioni sulla vita e sulla morte di Esino di cui lui non è mai stato a conoscenza per 80 anni. Lo facciamo nella convinzione che Diviso voglia sapere e nella speranza che possa ricordare altri particolari che aiutino ad inquadrare meglio questo episodio i cui contorni probabilmente conserveranno per sempre un margine di incertezza ma i cui dettagli emersi sono carichi di esemplare drammaticità.

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Diviso in Spagna (il primo da sinistra)

Quest’intervista ci ha riservato momenti di drammatica tensione, i materiali che abbiamo portato a Diviso gli hanno risvegliato ricordi sopiti, inaspettati e sorprendenti. Ancora una volta questa storia ci eccede, ci spiazza, ci interroga sulla nostra capacità di saperla raccontare. Dobbiamo riguardare il materiale, rifletterci su. E’ una storia importante, l’ultima, la più estrema. Il caso ha voluto che la incontrassimo al termine del nostro viaggio e noi non ci siamo sottratti.